domenica 12 luglio 2015

Recensione di Accabadora di Michela Murgia

Il libro Accabadora ha vinto parecchi riconoscimenti tra cui il Campiello nel 2010; in genere non amo leggere titoli super premiati, nel caso di Michela Murgia ho fatto un’eccezione e devo dire che sono soddisfatta della scelta. Nelle pagine di questo romanzo si respira l’aria della Sardegna, non quella turistica, delle spiagge, dei vip e del gossip ma quella più arcaica e particolare delle tradizioni e delle usanze locali della metà del Novecento.
Le protagoniste sono due donne, all'apparenza diversissime tra loro: la giovane Maria Listru, ultima di quattro figlie di una madre vedova e Tzia Bonaria Urrai, una anziana sola che adotta come fill’e anima la piccola Maria. Da quando si trasferisce da Tzia Bonaria Maria comincia ad intraprendere un cammino di crescita personale grazie all'appoggio e alla fiducia della donna, che fino ad allora le erano mancate.
Il legame tra le due va rinsaldandosi negli anni, sostituendo a poco a poco i labili affetti familiari della giovane, fino a quando Maria scopre qualcosa che forse non aveva mai voluto vedere e accettare sulla misteriosa figura della vecchia Urrai. Chi è l’accabadora? Qual è il suo compito in una società in cui religione e superstizione convivono?
L’autrice con una scrittura fluida e scorrevole, ricca sia di descrizioni che di spazi lasciati l’immaginazione, ci parla della sua terra; non pretende di dare giudizi, di formare un’opinione favorevole o contraria sul tema – spinoso e attuale – dell’eutanasia, ma ci accompagna pagina dopo pagina ad un mondo sconosciuto alla maggior parte dei lettori.




"Fillus de anima. È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un'altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell'anima di Bonaria Urrai.Quando la vecchia si era fermata sotto la pianta del limone a parlare con sua madre Anna Teresa Listru, Maria aveva sei anni ed era l'errore dopo tre cose giuste. Le sue sorelle erano già signorine e lei giocava da sola per terra a fare una torta di fango impastata di formiche vive, con la cura di una piccola donna."

Irene Milani

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