giovedì 2 luglio 2015

Recensione di "Una stanza tutta per sè" di Virginia Woolf

“Una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri se vuole scrivere romanzi” questa la tesi di fondo analizzata nel breve saggio di Virginia Woolf, pubblicato per la prima volta nel 1929 che, secondo me, tutte le donne che scrivono (ma non solo) dovrebbero leggere.
La stanza, a cui fa riferimento il titolo, è un luogo in cui è possibile chiudersi, isolarsi dal mondo e dalle incombenze domestiche, per dedicarsi all’arte e alla scrittura. L’autrice parte dalla propria esperienza personale per delineare, con il suo stile asciutto e spesso carico di ironia, il rapporto tra le donne e la letteratura in un periodo in cui la cultura era ancora quasi esclusivamente una prerogativa maschile. Per le donne, anche quelle benestanti, era quasi impossibile aspirare a qualunque forma di istruzione superiore e difficile era anche godere di una rendita economica lavorativa che permettesse loro di mantenersi semplicemente scrivendo.

“Se Tolstoj avesse vissuto in un presbiterio o rinchiuso in una casa con una signora sposata [...] per quanto la sua lezione morale fosse edificante, difficilmente avrebbe potuto scrivere Guerra e Pace.”
In questo modo la Woolf rivendica per le donne una parità di diritti, di cultura e di indipendenza rispetto agli uomini; tra le pagine del suo libro spesso critica alcune delle grandi scrittrici inglesi per aver lasciato emergere nelle proprie opere la loro esclusione dal mondo maschile, cosa che invece a suo giudizio non traspare nell’opera di Jane Austen.

Quello che invoca l’autrice è la capacità, per tutte le donne, di riuscire a liberarsi dal peso di secoli di sottomissione a quella che si può definire "men's sentence", la visione degli uomini rispetto al genere femminile.

Irene

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