martedì, marzo 31, 2026

RECENSIONE DI VITE CHE NON SONO LA MIA DI EMMANUEL CARRERE

Buon pomeriggio, Fantastics! Ieri pomeriggio mi sono sforzata di finire questo libro, non lo definirei neanche romanzo, proprio un libro su ciò che è avvenuto nello Sri Lanka nel 2004. Questa cosa mi ha molto colpito, perché anche se ero molto piccola, nel 2004, ricordo fin troppo bene le immagini dell'onda che ha colpito le coste e gli edifici che venivano giù come se fossero fatti di cartapesta. Lo scrittore si è salvato soltanto per un caso fortuito, altrimenti se le cose fossero andate diversamente e fosse stato dall'altra parte della costa, ora Emmanuel Carrére non ci sarebbe più.

PREMESSA
Non so cosa mi abbia spinto a scegliere questo libro, due mesi fa. Mi ispirava la profondità delle emozioni che mi trasmetteva e poi, essendo già il secondo libro di Carrére che leggo, conoscevo già un po' la sua scrittura. Una scrittura cruda, diretta, senza fronzoli. Una scrittura che va dritta al punto e che fa male. Ma a farmi male non è stato tanto il suo modo diretto di scrivere, quanto il fatto che questa fosse una storia vera. Non c'è niente di inventato, qui. Carrére parla dei due coniugi che hanno perso, nello tsunami, la loro bambina di 4 anni. Ma parla anche del cancro di Juliette, sua cognata, che ha condizionato la vita della sua attuale compagna e che li ha spinti a lavorare sul loro rapporto. Insomma, non è stato affatto un romanzo semplice. Cioè, un libro semplice da leggere. Anzi!

TRAMA (DA ADELPHI.IT)
«Da sei mesi a questa parte, ogni giorno, di mia spontanea volontà, passo alcune ore davanti al computer a scrivere di ciò che mi fa più paura al mondo: la morte di un figlio per i suoi genitori, quella di una giovane donna per i suoi figli e suo marito. La vita mi ha reso testimone di queste due sciagure, l’una dopo l’altra, e mi ha assegnato il compito, o almeno io ho capito così, di raccontarle». Il caso ha voluto infatti che Emmanuel Carrère fosse in vacanza nello Sri Lanka quando lo tsunami ha devastato le coste del Pacifico, e che si trovasse a sostenere una coppia di connazionali nelle strazianti incombenze burocratiche per rimpatriare il corpo della figlia di quattro anni; e che, solo pochi mesi dopo, gli accadesse di seguire un’altra vicenda dolorosa, quella che avrebbe portato alla morte per cancro la sorella della sua compagna, che era stata «un grande giudice», strenuamente impegnato al fianco delle vittime del sovraindebitamento. C’è un solo modo per ricevere il dolore degli altri, ci dice Carrère: dargli voce, farlo diventare il proprio dolore. Ed è questo il compito che si è assunto come romanziere, riuscendo a scrivere – senza mai cadere nell’enfasi, ma mettendo a fuoco con la precisione ossessiva di un reporter ogni minimo particolare – il suo libro più lacerante e temerario.

RECENSIONE
Come vi dicevo sopra, questo non è stato un libro semplice. Penso che sia uno dei libri che ho fatto più fatica a leggere, per quanto pesante a livello emotivo è stato. Perfino Una vita come tante è stato più easy di questo, sincera. Tutti hanno definito Una vita come tante una pornografia del dolore, ma questa non è che sia stato tutto un Carnevale di Rio, eh. 

Vite che non sono la mia parte dallo tsunami del 2004 nello Sri Lanka, dove Emmanuel Carrére era ina vacanza con la sua compagna dell'epoca, Hélène e i suoi due ragazzi, Rodrigue e Jean-Pierre (se ho sbagliato il nome del secondo, chiedo venia, ma sto libro mia ha letteralmente devastata). Si è salvato solo perché era dall'altra parte dell'isola, dalla parte della costa opposta rispetto a quella dove si è verificato il disastro. Carrére ha partecipato insieme alla compagna, giornalista rinomata, alla redazione delle notizie ed ha anche partecipato, insieme a una coppia che ha perso la loro bambina di 4 anni, Delphine, sulla spiaggia. La bimba era sulla spiaggia insieme a una sua amica srilankese quando lo tsunami si è abbattuto sulla spiaggia, ed è praticamente morta sul colpo. La narrazione parallela segue la vita di Juliette, la cognata di Carrére e parente di Hélène, che ha una storia collegata al cancro. Glie l'hanno trovato quand'era solo diciassettenne, e Juliette ha passato gran parte della sua adolescenza dentro e fuori dagli ospedali, per poi ritrovarsi con le gambe paralizzate per colpa di una negligenza medica. Questo, però, non le ha impedito di diventare una giudice combattiva e molto diretta, che non si abbatte al primo ostacolo, ma che sceglie come affrontare il dolore: a testa alta.

Credo che questa storia abbia triggerato i miei ricordi ospedalieri, perché leggere di ospedali per quasi 200 pagine mi ha ricordato la mia, di storia personale. Certo, non è grave come quella dei due cancri di Etienne e Juliette, ma non per questo non è stata difficile. Non so darmi altra spiegazione logica, al fatto che sto veramente male. Sono stata fisicamente male a leggerlo e, come dicevo più sopra, mi sono costretta a finirlo solo perché mi mancavano 5 pagine, altrimenti l'avrei mollato.

Sono in preciclo e vengo da una settimana di fuoco, leggere tutto ciò ha acuito il mio malessere emotivo. Senza contare che, nella visione di One Piece, sono arrivata ad uno dei momenti più commoventi, quelli di Chopper. Insomma, ieri ho sentito il bisogno di mettere in pausa una cosa o l'altra per il mio benessere psicologico.

E' una storia vera, e forse per questo mi ha fatto male. Ma è anche una settimana che sto male a causa di ciò che ha subito la gattina Rosi, che è stata violentata da un umano. E' una settimana che ho il senso di pianto perché, durante questa settimana di fuoco, ho ricevuto anche buone nuove ed è stato così inaspettato che davvero stavo per mettermi a piangere.

Insomma, se volete leggere questo libro, non fatelo quando siete vulnerabili emotivamente.
Leggetelo con cognizione di causa, e ricordate che Carrére non si presenta qui come un narratore inaffidabile, ma piuttosto come una persona coi suoi pregi e i suoi difetti, che si ritrova a vivere due tragedie a distanza molto ravvicinata.

xoxo,
Giada

martedì, marzo 24, 2026

RECENSIONE DI YELLOWFACE DI R.F. KUANG

Buon pomeriggio, Fantastics! Dopo più di un anno passato a corteggiare questo romanzo, finalmente sono riuscita a recuperarlo! *yay* E, soprattutto, sono riuscita a recuperarlo sebbene io sia in ritardo di almeno 7gg dalla riconsegna di questo libro alla Rete OPAC, quindi ho fatto di necessità virtù lol

PREMESSA
L'anno scorso il mio feed era letteralmente invaso da questo libro. Era il libro del momento, cavolo. Dovevo leggerlo - come Carrie Soto is back, della Jenkins Reid che devo ancora recuperare - ma coi miei tempi. Sono una mood reader, quindi le mie voglie di lettura cambiando a seconda di ciò che mi ispira al momento. Per fortuna non sono così anche per le altre cose della vita, altrimenti non sarei la persona organizzata e meticolosa che sono ora lol Ad ogni modo, sapevo che parlava del mondo letterario e che era una satira di questo mondo, tanto bello quanto infido, quindi non potevo non recuperarlo. L'ho preso 3 volte, questa la quarta, prima di riuscire finalmente a leggerlo. E, da neofita della Kuang, devo dire che ho trovato la sua penna arguta e caustica, nel rendere un personaggio spiacevole come June Hayward così interessante :)

TRAMA (DA OSCARMONDADORI.IT)
June Hayward e Athena Liu, giovani scrittrici, sembrano destinate a carriere parallele: si sono laureate insieme e insieme hanno esordito. Solo che Athena è subito diventata una star mentre di June non si è accorto nessuno. Quando assiste alla morte dell’amica in uno strano incidente, June ruba il romanzo che l’amica aveva appena finito di scrivere ma di cui ancora nessuno sa nulla, e decide di pubblicarlo come fosse suo, rielaborato quel tanto che basta. La storia, incentrata sul misconosciuto contributo dei cinesi allo sforzo bellico inglese durante la Prima guerra mondiale, merita comunque di essere raccontata. L’importante è che nessuno scopra la verità. 

Quando però qualcosa comincia a trapelare, June deve decidere fino a che punto è disposta a spingersi pur di mantenere il proprio segreto. 
Un romanzo diventato subito un cult, un racconto spassosamente tagliente che parla di diversità, razzismi, privilegi e appropriazione culturale. E dei limiti che non si dovrebbero mai superare.

RECENSIONE
Questo libro è stata una vera e propria bomba! Quando ho letto, per la prima volta, una frase tratta da quest'ultimo sul profilo di Divoratori di Libri, ho deciso che l'avrei letto. Parlava del processo creativo. Parlava di cosa la scrittura significava per June Hayward, e dato che sono parecchio digiuna di scrittura del mio romanzo, sentivo il bisogno spasmodico di leggere qualcosa che riguardasse il mio mondo. Perché, in fondo, è anche il mio mondo. Io scrivo, ma devo ancora pubblicare. Sono una blogger da 11 anni e ho aperto di recente anche il blog su Substack, quindi usare le parole per comunicare è sempre stato il mio essere. Tuttavia, June è un personaggio spiacevole.

Perché June è un personaggio spiacevole? Beh, cominciamo col dire che lei e Athena Liu, la sua amica-nemica letteraria e compagna di Yale, ma è estremamente gelosa di lei. Athena ha tutto ciò che June non ha: successo letterario, anticipi per i suoi romanzi veramente enormi, un contratto con Netflix. Tutto. Per una scrittrice fondamentalmente insicura come June, questo successo è una forma di ingiustizia nei suoi confronti. Spesso, sin dall'inizio del romanzo, dice: perché lei tutto e io niente? Non è giusto!

Questa è una dinamica molto comune nel mondo dell'editoria, dove gli autori con una penna fresca e pungente vengono elogiati, ma allo stesso modo i libri usciti da Wattpad o Booktok vengono osannati e checché se ne parli male, l'importante è che se ne parli. Tuttavia, alla radice dell'invidia di June c'è una rabbia profonda, una rabbia profonda per un'ingiustizia subita che lei non ha mai elaborato: quando ha subito lo stupro, al primo anno di college, Athena ha usato la sua esperienza personale per scriverci un racconto. Un racconto che, nell'ambiente del college, ha fatto un successo clamoroso. June si è sentita derubata di questa sua esperienza, sebbene negativa, di vita personale e l'ha utilizzata come movente per fare ciò che ha fatto: rubare a una morta, perché dopo 25 pag circa Athena muore per soffocamento dovuto dall'impasto del pancake crudo che le ha ostruito la trachea, il suo ultimo lavoro.

La cosa che rende June un personaggio interessante ma, allo stesso tempo, irritante è la sua incapacità nel lavorare sulle proprie insicurezze e sul giustificare ogni brutta azione, facendola passare come, in fondo, come bella. Perché lasciare l'ultimo romanzo di Athena sopra alla sua scrivania, rubandolo e modificandolo, June potrà dare lustro al romanzo della sua 'migliore amica'? Perché sforzarsi di trovare idee geniali, quando basta rubare i taccuini di Athena, che sua madre voleva donare a un'associazione studentesca di Yale, quando è sufficiente manipolarla per farseli dare? Ho trovato June una narcisista e vittimista manipolatrice. 

Ciò che la rende, allo stesso tempo, sia una narcisista che una vittimista manipolatrice è semplice: basta vedere (e leggere) i suoi comportamenti (dato che il romanzo è scritto il prima persona POV): lei non vede un romanzo di denuncia razziale in The Last Front, ma solo un modo per guadagnare milioni e uscire dalla condizione di mediocrità in cui vive, aiutando i ragazzi nell'istituto scolastico dove lavora. Lei si ritiene una vittima di Athena, perché lei ha rubato la storia del suo stupro, la storia della sua sofferenza. Più avanti, la descrive proprio come una vampira. Ma è anche una manipolatrice: ad ogni problema, lei pensa e valuta le azioni da compiere per far pendere l'ago della bilancia dalla sua parte, e danneggiare il suo avversario. La sua totale mancanza di empatia la rendono, come più avanti dirà Candice, una vera e propria psicopatica. 

La satira al mondo dell'editoria c'è tutta: dal review bombing del suo romanzo Mother Witch, fino al fatto che l'accusa di plagio le fa terra bruciata attorno, impedendole di arrivare alle vette del successo di Athena. Athena, per quanto fosse una figura controversa, elegante e particolare; è sempre stata coerente nel rappresentare le voci marginalizzate negli USA del 2018. Il fatto che June faccia asian washing tramite la Eden Press rappresenta una realtà di molte aziende che, al giorno d'oggi, fanno un rebranding personale per ripulire la propria immagine. Ma June, cambiando persino nome e inventandosi una storia sinoamericana, si fa pure chiamare Juniper Song (e Juniper è davvero il suo nome), un cognome volutamente ambiguo, un nom de plume volutamente ambiguo e asian sounding per attirare quella fetta di pubblico che non le appartiene. Allo stesso modo, rifiutare il sensitivity reader su consiglio di Candice è stata l'ultima goccia, era palese che stesse nascondendo qualcosa.

Vedere, leggere la sua caduta è stato come guardare un incendio, come stare vicino al fuoco. Bellissimo e terribile, ma intrigante. Alla fine, June ha avuto quel che si merita... oppure no?

Vi consiglio di leggere questo romanzo con un Maalox vicino, perché l'atteggiamento di June vi farà venire la gastrite dal nervoso lol Ma super super consigliato, ottimo primo approccio (come lo è stato per me) alla scrittura della Kuang :) Sicuramente recupererò tutti gli altri suoi romanzi, in futuro.

xoxo,
Giada

sabato, marzo 14, 2026

RECENSIONE DI IO SONO VIVO, VOI SIETE MORTI DI EMMANUEL CARRERE

Buon pomeriggio, Fantastics! Oggi giornata super piena di cose da fare, di cui alcune anche per il corso, quindi mi auguro di riuscire a farne almeno la metà… perché domani quando torno da lavoro sarò cotta, e non avrò le forze per fare anche questo. Finalmente ho concluso la lettura del mio primo libro di Carrère, Huzzah! (sì, sono ancora a The Great con la testa) e devo dire che è andata molto meglio di quel che mi aspettassi :)

PREMESSA
L'anno scorso un sacco di gente, nel mio feed di Instagram, ha letto i libri di Carrère. Sono andata a spulciare la sua bibliografia, e oltre ad aver trovato 5 libri su 40 di quelli che ha scritto nella Rete Bibliotecaria Padovana, un titolo mi ha colpito "Ucronia". Come sapete, io amo le storie ucroniche e distopiche. Entrambe, a modo loro, parlano di come si sarebbe potuto evolvere il mondo e il suo asse. E' proprio il concetto di stesso di romanzo scritto la premessa del 'what if' a intrigarmi. Cioè, l'unica cosa che non mi è piaciuta è stata il What If, la miniserie della Marvel e infatti l'ho mollata a metà. Quindi posso dire che questo concetto mi piace solo applicato a romanzi distopici e ucronici. Come dicevo, finalmente ne ho concluso la lettura (Huzzah! Come direbbe Pietro III in The Great) di questo esperimento letterario che si è rivelato una vera challenge dal punto di vista mentale.

TRAMA (DA ADELPHI.IT)
«Da adolescente» scrive Emmanuel Carrère nel Regno «sono stato un lettore appassionato di Dick e, a differenza della maggior parte delle passioni adolescenziali, questa non si è mai affievolita. Ho riletto a intervalli regolari Ubik, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Un oscuro scrutare, Noi marziani, La svastica sul sole. Consideravo – e considero tuttora – il loro autore una specie di Dostoevskij della nostra epoca». A trentacinque anni, spinto da questa inesausta passione, Carrère decise di raccontare la vita, vissuta e sognata, di Philip K. Dick. Il risultato fu questo libro, in cui, con un'attenzione chirurgica per il dettaglio e una lucidità mai ottenebrata dalla devozione, Carrère ripercorre le tappe di un'esistenza che è stata un'ininterrotta, sfrenata, deragliante indagine sulla realtà, condotta sotto l'influsso di esperienze trascendentali, abuso di farmaci e di droghe, deliri paranoici, ricoveri in ospedali psichiatrici, crisi mistiche e seduzioni compulsive – e riversata in un corpus di quarantaquattro romanzi e oltre un centinaio di racconti (che hanno a loro volta ispirato, più o meno direttamente, una quarantina di film). Con la sua scrittura al tempo stesso semplice e ipnotica, Carrère costruisce una biografia – intricata e avvincente quanto lo sarà, vent'anni dopo, quella di Eduard Limonov – che è insieme un romanzo di avventure e un nitido affresco delle pericolose visioni di cui Dick fu artefice e vittima.

RECENSIONE
Come sapete, nel 2024 ho letto La svastica sul sole di Philip K. Dick, in realtà, all'epoca l'ho fatto solo perché volevo guardare la serie tv che si è ispirata alla Svastica… ma penso che si sia ispirata anche a questo libro. L'uomo nell'alto castello è senza dubbio una serie tv molto molto bella e intrigante, l'ultima stagione un po' meno, ma ti tiene incollata allo schermo alla grande.

Io sono vivo, voi siete morti è un viaggio nella mente e nella psiche di Philip K. Dick. Un viaggio decisamente intenso, a tratti difficile da sopportare e a tratti molto interessante e, come sopra, intrigante. Un connubio perfetto se, come me, cercate il giusto mix tra thriller e storia vera. Sì, mi sono appassionata anche alle biografie ora, oltre ai libri di nonfiction. Devo dire che questa mia evoluzione letteraria sta sorprendendo anche me, se devo essere onesta. Questi libri, fino a 5/6 anni fa non li avrei nemmeno presi in considerazione perché non erano il mio genere, ora invece sperimento di continuo. E, in fondo, è proprio questo che era Io sono vivo, voi siete morti: il mio esperimento con la scrittura di Carrère. 

Dopo Paul Auster ho deciso che non mi sarei più limitata, ma che avrei sperimentato anche quella narrativa che, lo ammetto, mi spaventava un po': la narrativa ucronica, ma anche la narrativa di mostri della scrittura contemporanea. In fondo, se si vuole migliorare con la scrittura, si deve imparare anche dai migliori. Si deve anche uscire dalla propria zona di comfort. E sì, i libri che leggo alla fine finiscono anche nei libri che scrivo lol 

Ma, tornando a Carrère, devo dire che ho amato il modo in cui ha descritto l'infanzia e la prima adolescenza di Philip K. Dick. Dick, che era un ragazzino goffo e impacciato che ha trovato nella scrittura la sua vocazione. Dick che ha cercato, per anni, di far emergere la sua voce. Ma, sopra ogni cosa, il Dick donnaiolo. Io non sapevo che avesse avuto così tante relazioni occasionali e storie serie. Ha avuto 5 mogli. 5! La cosa che mi ha colpito di più è stata, senza dubbio, come lui sia stato l'artefice dei suoi stessi fallimenti matrimoniali, specialmente con Anna. 

La psicologia di Dick, poi, è la cosa che mi ha tenuta incollata a queste pagine. Dick era stato portato, sin da piccolo, da psicologo e psichiatra; ma a furia di andarci lui aveva imparato come manipolarli e fargli credere ciò che volevano. Ci è andato, sopra ogni cosa, perché sua madre temeva fosse un convertito (all'epoca l'omosessualità era un peccato e si poteva finire un galera per questo, guardate Alan Turing) dato che non aveva interessi comuni con tutti i suoi coetanei. Ma ci è andato anche per elaborare il lutto della sua gemella mai conosciuta, Jane. Jane che, sebbene sia morta dopo appena 2 settimane dalla nascita per una negligenza di sua madre, ha sempre rappresentato un elemento fondamentale nella sua scrittura. La gemella fantasma che era un personaggio a tutti gli effetti, un personaggio che si faceva sentire con la sua assenza. 

Ho trovato estremamente interessante la sua discesa negli inferi: il modo in cui, sin da adolescente, era stato istruito da sua madre per le droghe da banco, le stesse droghe che trent'anni più tardi lo hanno reso un drogato a tutti gli effetti. E, con la concomitanza dell'uso di droghe, è peggiorato anche la sua (non diagnosticata, ma autodiagnosticata) schizofrenia e paranoia. In fondo, penso che Dick fosse uno schizofrenico paranoide, visto come sottoponeva sempre i suoi amici ad assurdi test per dimostrare che fossero davvero loro e non spie mandate dal governo per spiarlo; oppure come aveva sdoppiamenti di personalità in deliri religiosi e mistici, avvenuti prima con Tommaso e poi con Horselover Fat. I deliri mistici e religiosi sono stata una vera chicca, Carrère è riuscito a rendere la totale assenza di razionalità nella mente di Dick alla grande; e questo per quanto interessante era davvero stancante a livello mentale, quindi penso di averci messo di più a finirlo anche per questo. Non solo per l'esperimento in sé, ma perché è davvero un argomento tosto, quello dei deliri psicotici da narrare. Infatti non è un caso che poi, dopo un secondo tentativo di suicidio, Dick sia stato spedito in un manicomio (o istituto psichiatrico). Cioè, era l'unica conclusione logica della sua storia.

Un libro veramente tosto, ma anche interessante.
Non vi farà dormire molto alla notte - per me, almeno, è stato così.
A volte i temi erano così pesanti che avevo bisogno di una serie tv più leggera per contrastare sia il malumore che mi avevano provocato, che la tristezza.

Perché trovo davvero triste che Dick si sia ridotto a passare da una donna all'altra alla ricerca della felicità, della sua salvatrice ultima. E che, sopra ogni cosa, desiderasse che la donna non lavorasse ma dipendesse da lui economicamente ed emotivamente; rendendolo un narcisista manipolatore di prima categoria.

Insomma, se a livello letterario ci avrei discusso volentieri - a livello umano non so se l'avrei voluto come amico. O come una persona da definire 'conoscente'.

Ve lo consiglio se cercate un libro che vi faccia fare un viaggio nella mente contorta e psicotica di Philip K. Dick o se avete conosciuto Dick, come me, attraverso la serie tv di Prime L'uomo nell'alto castello.

xoxo,
Giada


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