PREMESSA
L'anno scorso un sacco di gente, nel mio feed di Instagram, ha letto i libri di Carrère. Sono andata a spulciare la sua bibliografia, e oltre ad aver trovato 5 libri su 40 di quelli che ha scritto nella Rete Bibliotecaria Padovana, un titolo mi ha colpito "Ucronia". Come sapete, io amo le storie ucroniche e distopiche. Entrambe, a modo loro, parlano di come si sarebbe potuto evolvere il mondo e il suo asse. E' proprio il concetto di stesso di romanzo scritto la premessa del 'what if' a intrigarmi. Cioè, l'unica cosa che non mi è piaciuta è stata il What If, la miniserie della Marvel e infatti l'ho mollata a metà. Quindi posso dire che questo concetto mi piace solo applicato a romanzi distopici e ucronici. Come dicevo, finalmente ne ho concluso la lettura (Huzzah! Come direbbe Pietro III in The Great) di questo esperimento letterario che si è rivelato una vera challenge dal punto di vista mentale.
TRAMA (DA ADELPHI.IT)
«Da adolescente» scrive Emmanuel Carrère nel Regno «sono stato un lettore appassionato di Dick e, a differenza della maggior parte delle passioni adolescenziali, questa non si è mai affievolita. Ho riletto a intervalli regolari Ubik, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Un oscuro scrutare, Noi marziani, La svastica sul sole. Consideravo – e considero tuttora – il loro autore una specie di Dostoevskij della nostra epoca». A trentacinque anni, spinto da questa inesausta passione, Carrère decise di raccontare la vita, vissuta e sognata, di Philip K. Dick. Il risultato fu questo libro, in cui, con un'attenzione chirurgica per il dettaglio e una lucidità mai ottenebrata dalla devozione, Carrère ripercorre le tappe di un'esistenza che è stata un'ininterrotta, sfrenata, deragliante indagine sulla realtà, condotta sotto l'influsso di esperienze trascendentali, abuso di farmaci e di droghe, deliri paranoici, ricoveri in ospedali psichiatrici, crisi mistiche e seduzioni compulsive – e riversata in un corpus di quarantaquattro romanzi e oltre un centinaio di racconti (che hanno a loro volta ispirato, più o meno direttamente, una quarantina di film). Con la sua scrittura al tempo stesso semplice e ipnotica, Carrère costruisce una biografia – intricata e avvincente quanto lo sarà, vent'anni dopo, quella di Eduard Limonov – che è insieme un romanzo di avventure e un nitido affresco delle pericolose visioni di cui Dick fu artefice e vittima.
RECENSIONE
Come sapete, nel 2024 ho letto La svastica sul sole di Philip K. Dick, in realtà, all'epoca l'ho fatto solo perché volevo guardare la serie tv che si è ispirata alla Svastica… ma penso che si sia ispirata anche a questo libro. L'uomo nell'alto castello è senza dubbio una serie tv molto molto bella e intrigante, l'ultima stagione un po' meno, ma ti tiene incollata allo schermo alla grande.
Io sono vivo, voi siete morti è un viaggio nella mente e nella psiche di Philip K. Dick. Un viaggio decisamente intenso, a tratti difficile da sopportare e a tratti molto interessante e, come sopra, intrigante. Un connubio perfetto se, come me, cercate il giusto mix tra thriller e storia vera. Sì, mi sono appassionata anche alle biografie ora, oltre ai libri di nonfiction. Devo dire che questa mia evoluzione letteraria sta sorprendendo anche me, se devo essere onesta. Questi libri, fino a 5/6 anni fa non li avrei nemmeno presi in considerazione perché non erano il mio genere, ora invece sperimento di continuo. E, in fondo, è proprio questo che era Io sono vivo, voi siete morti: il mio esperimento con la scrittura di Carrère.
Dopo Paul Auster ho deciso che non mi sarei più limitata, ma che avrei sperimentato anche quella narrativa che, lo ammetto, mi spaventava un po': la narrativa ucronica, ma anche la narrativa di mostri della scrittura contemporanea. In fondo, se si vuole migliorare con la scrittura, si deve imparare anche dai migliori. Si deve anche uscire dalla propria zona di comfort. E sì, i libri che leggo alla fine finiscono anche nei libri che scrivo lol
Ma, tornando a Carrère, devo dire che ho amato il modo in cui ha descritto l'infanzia e la prima adolescenza di Philip K. Dick. Dick, che era un ragazzino goffo e impacciato che ha trovato nella scrittura la sua vocazione. Dick che ha cercato, per anni, di far emergere la sua voce. Ma, sopra ogni cosa, il Dick donnaiolo. Io non sapevo che avesse avuto così tante relazioni occasionali e storie serie. Ha avuto 5 mogli. 5! La cosa che mi ha colpito di più è stata, senza dubbio, come lui sia stato l'artefice dei suoi stessi fallimenti matrimoniali, specialmente con Anna.
La psicologia di Dick, poi, è la cosa che mi ha tenuta incollata a queste pagine. Dick era stato portato, sin da piccolo, da psicologo e psichiatra; ma a furia di andarci lui aveva imparato come manipolarli e fargli credere ciò che volevano. Ci è andato, sopra ogni cosa, perché sua madre temeva fosse un convertito (all'epoca l'omosessualità era un peccato e si poteva finire un galera per questo, guardate Alan Turing) dato che non aveva interessi comuni con tutti i suoi coetanei. Ma ci è andato anche per elaborare il lutto della sua gemella mai conosciuta, Jane. Jane che, sebbene sia morta dopo appena 2 settimane dalla nascita per una negligenza di sua madre, ha sempre rappresentato un elemento fondamentale nella sua scrittura. La gemella fantasma che era un personaggio a tutti gli effetti, un personaggio che si faceva sentire con la sua assenza.
Ho trovato estremamente interessante la sua discesa negli inferi: il modo in cui, sin da adolescente, era stato istruito da sua madre per le droghe da banco, le stesse droghe che trent'anni più tardi lo hanno reso un drogato a tutti gli effetti. E, con la concomitanza dell'uso di droghe, è peggiorato anche la sua (non diagnosticata, ma autodiagnosticata) schizofrenia e paranoia. In fondo, penso che Dick fosse uno schizofrenico paranoide, visto come sottoponeva sempre i suoi amici ad assurdi test per dimostrare che fossero davvero loro e non spie mandate dal governo per spiarlo; oppure come aveva sdoppiamenti di personalità in deliri religiosi e mistici, avvenuti prima con Tommaso e poi con Horselover Fat. I deliri mistici e religiosi sono stata una vera chicca, Carrère è riuscito a rendere la totale assenza di razionalità nella mente di Dick alla grande; e questo per quanto interessante era davvero stancante a livello mentale, quindi penso di averci messo di più a finirlo anche per questo. Non solo per l'esperimento in sé, ma perché è davvero un argomento tosto, quello dei deliri psicotici da narrare. Infatti non è un caso che poi, dopo un secondo tentativo di suicidio, Dick sia stato spedito in un manicomio (o istituto psichiatrico). Cioè, era l'unica conclusione logica della sua storia.
Un libro veramente tosto, ma anche interessante.
Non vi farà dormire molto alla notte - per me, almeno, è stato così.
A volte i temi erano così pesanti che avevo bisogno di una serie tv più leggera per contrastare sia il malumore che mi avevano provocato, che la tristezza.
Perché trovo davvero triste che Dick si sia ridotto a passare da una donna all'altra alla ricerca della felicità, della sua salvatrice ultima. E che, sopra ogni cosa, desiderasse che la donna non lavorasse ma dipendesse da lui economicamente ed emotivamente; rendendolo un narcisista manipolatore di prima categoria.
Insomma, se a livello letterario ci avrei discusso volentieri - a livello umano non so se l'avrei voluto come amico. O come una persona da definire 'conoscente'.
Ve lo consiglio se cercate un libro che vi faccia fare un viaggio nella mente contorta e psicotica di Philip K. Dick o se avete conosciuto Dick, come me, attraverso la serie tv di Prime L'uomo nell'alto castello.
xoxo,
Giada

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